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L’ESTATE DI JOHN WAYNE

“Torneranno i cinema all’aperto e i riti dell’estate, le gonne molto corte.
Torneranno i figli delle stelle. Torneranno i cinema all’aperto e i dischi dell’estate. Torneranno i figli delle stelle sui tuoi sedili in pelle
Le penne stilo in mano e le vacanze in treno. Stasera ho voglia di cantare, di gridare, di ballare in riva al mare. Stasera ho voglia di cantare, di gridare e poi ricominciare”.

Ma non questa estate. Sarà un’estate diversa, sopratutto al sud, sopratutto per chi con la musica ci vive, o meglio ci sopravvive. Se ne parla da mesi, ma se ne parla solamente e le soluzioni da adottare per mettere tutto in sicurezza non fa fare neppure un passo alle varie organizzazioni. Dicono che i soldi non ci sono, ma secondo me non ci sono mai stati eppure li hanno sempre trovati. Perché dico che sarà diverso sopratutto al sud? Perché la concentrazione di feste per la celebrazione dei santi patroni e le sagre di ogni genere hanno da sempre permesso l’esibizione di Artisti che con biglietto pagante farebbero fatica a riempire un palazzetto. Non perché non siano all’altezza, anzi, professionisti che potrebbero riempire stadi, ma non in certi luoghi d’Italia, lì deve essere tutto gratis. Il concetto di pagare, anche una minima somma, non li farebbe muovere neppure di un centimetro dal comodo divano. Allora come funzionava un tempo? Le feste di paese erano belle, lussuose, coreografiche e con grandi Artisti a far riempire le piazze. Semplice, è stata sfruttata la mente inebriata dei fedeli per raccogliere il corrispettivo economico che serviva a fare le feste e la macchina dello spettacolo funzionava. Successivamente, quando il giochino si è rotto, ovvero, le diatribe economiche tra i comitati festa e Don Camillo ci si è rivolti ad un’altro portafoglio, quello di Peppone e nonostante i mille cavilli burocratici, e ritardi nei pagamenti, anche in questo caso la macchina dello spettacolo funzionava ed il popolo poteva gradire, tra un sacchetto di noccioline tostate, una birra e un panino con salsiccia, il gradito o non troppo Artista della serata. Si sa, non è facile accontentare tutti, ma ricordiamoci che era gratis e per tale dovremmo in qualche modo ringraziare qualcuno per la bella musica ascoltata.

Ma ritorniamo all’Artista, quello che non può più riempire le piazze diffondendo la propria musica tra i fumi delle grigliate di maiale. Cosa farà questa estate? Si dovrà spiaggiare in attesa di tempi migliori? Sicuramente chi ne ha la possibilità sta lavorando in studio al nuovo disco in attesa che lo stop forzato finisca presto e potrà tornare a riaccendere le luci del palco. Il restante deve avere fiducia in don Camillo e Peppone.

E se fossimo noi il don Camillo e Peppone? C’è un modo per far sopravvivere gli artisti? Direi di si. Oltre a chi ne ha la possibilità, con l’acquisto di dischi, si potrebbe iniziare a NON scaricare più ILLEGALMENTE musica da internet. Oggi ci sono piattaforme di streaming, come ad esempio Spotify, YouTube e tante altre, che offrono sia il piano con pagamento mensile per un abbonamento premium ed ascolti illimitati, sia gratis con in cambio l’ascolto di un po’ di pubblicità e ascolti illimitati in ordine casuale e in ordine prescelto da Ipad, tablet e PC. Ad oggi con tutti i dispositivi a disposizione, CarPlay, Bluetooth etc., credo sia anche limitato (mentalmente e culturalmente) mettere un numero limitato di musica in una chiavetta usb per poi riprodurla successivamente, quando si ha la possibilità di avere a disposizione tutta la musica del mondo semplicemente in un’applicazione. Eliminiamo dalla mente il concetto di “furbizia italica” e sposiamo una causa culturale. Ars non habet inimicum nisi ignorantem.

Non è un’esercitazione – ai tempi del Covid-19.

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Perché bisogna stare a casa? Semplice, quello che c’è lì fuori non è come vederlo in Tv. Quando lo vedi fa paura. Se a casa ci si annoia, in ospedale o al cimitero non è poi tutta questa gioia. Stare bene non vuol dire non essere stati contagiati da coronavirus, si può essere asintomatici e non saperlo. Andando in giro e incontrando altre persone possiamo diffondere il virus e causare ancora altri morti (32.169) in Italia e (324.063) nel mondo, numero che aggiornerò giornalmente e spero si stabilizzerà il prima possibile, ma dipende solo ed esclusivamente da noi e dai nostri comportamenti quotidiani. Allora è necessario fare i tamponi a tutti, anche a chi sta bene e non ha nessun sintomo? Certo che no, sarebbe uno spreco di risorse ed energie. La misura migliore da adottare è stare a casa e in caso di necessità di dover uscire per le opportune necessità è necessario, anzi, a mio avviso direi obbligatorio indossare guanti e mascherina, ma sopratutto cambiare le normali abitudini.

Non pensate che sia una passeggiata, magari come andare al centro commerciale e passando dal bar prendi un grattino, e decidere in base all’esito se prenderne un altro oppure andare via. Con il Covid-19 non è così, non è una passeggiata né al corso né al parco. Appena arrivi all’ospedale capisci subito che le misure sono rigide, restrittive. Non scendi dall’ambulanza fino a quando non è pronta una stanza per l’isolamento. Quando ti dicono che puoi scendere vieni scortato dal personale medico fino alla stanza e se incontri altro personale medico nel corridoio gli fanno cenno di allontanarsi. Chiudono la porta e capisci da subito che non è il solito reparto con gli orari di ingresso e di uscita. Resterai isolato e potrai vedere e parlare all’occorrenza solo con il personale medico, irriconoscibile, coperti con tuta bianca, copri scarpe, mascherina, occhiali ermetici, visiera e copricapo. Quelli che chiamiamo angeli bianchi. Anche se stremati, perché non è facile lavorare in quelle condizioni, sono sempre molto gentili perché sanno che quello che stai combattendo non è solo la possibilità di aver contagiato il virus, ma paura nei confronti di un qualcosa che non conosciamo e non sappiamo come debellarlo.

Ossigeno, pressione, elettrocardiogramma, tampone al naso (fa malissimo), tampone alla gola (rischi il vomito) , tac al torace, prelievo del sangue venoso e prelievo arterioso (fa male, anzi, malissimo). I risultati non saranno pronti prima di domani ed ovviamente passerò la notte in O.B.I (Osservazione Breve Intensiva).

La notte sarà lunga, interminabile, i rumori dei macchinari, i lamenti delle persone, l’unica cosa di familiare è la tosse, la mia.

Da dentro casa tutto ciò non si percepisce e non si può percepire. Quello che stanno vivendo gli operatori sanitari e qualcosa di assolutamente straordinario e va oltre le normali regole del pronto soccorso. Devono garantire che non ci sia contagio né per loro né per gli altri pazienti, perché quando hanno preso in carico una persona non sanno se ha contratto il virus oppure no.

Spesso non hanno tutto l’occorrente. Cos’è una visiera per noi? Un qualcosa di fastidioso da tenere il meno possibile, per loro no, si tratta di sicurezza, e se non sempre è disponibile, perché sono finite, può generare malumore e preoccupazione.

Non tutto ciò che è negativo è buono. Ho visto persone arrivare con esito negativo e dopo due ore morire. Magari avevano altre complicazioni, oppure no, ma in quel contesto fa paura. Tutto ciò non lo vedi, perché sei in isolamento, ma lo senti con le tue orecchie e questo può bastare.

Allora chiediamoci nuovamente, vale la pena uscire per svagarsi un po’? Bisogna cambiare gli atteggiamenti inconsci del quotidiano e farli diventare consci. Una stretta di mano, l’ accendino passato per accendere una sigaretta, il pulsante da schiacciare per prelevare un caffè alla macchinetta, il pulsante del parchimetro, i tasti del bancomat, il resto alla cassa del supermercato o in farmacia, la maniglia del carrello della spesa, etc. etc, la lista è lunga e tutto può essere stato contagiato. Pensiamo a tutti i nostri atteggiamenti nel quotidiano, ma pensiamoli consciamente.

Non è un’esercitazione, è mattanza, è guerra verso un nemico invisibile. Nella migliore delle ipotesi si torna a casa in isolamento domiciliare obbligato, sia se positivi, sia se negativi. Nella peggiore? Non si torna!

RICORDATI SEMPRE

Una branda, uno sgabello e un tavolo. Silenzio, nient’altro. L’isolamento, che costringe a pensare e a fare i conti con un tempo indefinito e con l’inquietudine, l’incertezza del domani, l’assenza quotidiana degli affetti.

I buoni propositi qui non si proiettano né per Settembre, né per Gennaio, qui i giorni sono tutti uguali. 

Se penso a quando mi dicevano che la vita è ‘na galera, riferito al matrimonio, ai figli, al lavoro, oggi gli vorrei parlare e ricordare di come  confidavano i modi di dire della quotidianità con la stessa leggerezza nel parlare del meteo. 

Qui dentro non fa freddo, si congela! ma non per colpa del malfunzionamento della caldaia, quella funziona, ciò che ha smesso di funzionare sono i sentimenti, il carburante per il cuore e l’anima.

Tutti i giorni penso alla cazzata fatta e so di dover pagare. Tutto giusto, ma con dignità. Respiriamo e consumiamo in troppi la stessa aria in questa stanza. 

A me non rimane più nulla tranne che i ricordi, ma tu che sei vita,

ricordati sempre di amare la vita ogni giorno e guarda sul mondo lottando col grande sorriso di lealtà. Ama la vita, la malavita no!

Ricordati sempre che possono chiudere il corpo ma non riusciranno a togliere il nostro sorriso di libertà. Ricordati sempre di amare la vita ogni giorno e guarda sul mondo lottando col grande sorriso di lealtà.

Ama la vita, la malavita no!

I racconti, i temi sociali affrontati e descritti nella forma musicale cantautorale dei Villazuk colpisce e arriva sempre dritta come momento di riflessione di ciò che va oltre la nostra quotidianità. Musica e parole si fondono per descrivere esigenze e malesseri di chi non ha voce, di chi, pur scontando giustamente una pena inflitta a seguito di un momento di follia, deve ingiustamente vivere con il malfunzionamento delle carceri. Un sistema statico, ristagnante, morto, in netto contrasto con la vita alimentata all’interno delle proibitive stanze messe a disposizione dal sistema. Ciò che regna all’interno di quelle quattro mura è il silenzio, ma fuori, la musica dei Villazuk è riuscita, già in precedenza con il brano Si guardu fora, ed ora con Ricordati sempre, a trasformare quel silenzio in voce amplificata, un megafono che merita assolutamente di essere ascoltato. 

Testo della canzone: Domenico Scarcello (dai pensieri di A. R.)

Musiche: Domenico Scarcello

Arrangiamenti: VillaZuk

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