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22 Ottobre 2020

lucaaltomare.com

Se devi essere un pensiero per qualcuno, fa che sia, tra tutti, uno dei più belli.

Non è un’esercitazione – ai tempi del Covid-19.

coronavirus
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Perché bisogna stare a casa? Semplice, quello che c’è lì fuori non è come vederlo in Tv. Quando lo vedi fa paura. Se a casa ci si annoia, in ospedale o al cimitero non è poi tutta questa gioia. Stare bene non vuol dire non essere stati contagiati da coronavirus, si può essere asintomatici e non saperlo. Andando in giro e incontrando altre persone possiamo diffondere il virus e causare ancora altri morti (32.169) in Italia e (324.063) nel mondo, numero che aggiornerò giornalmente e spero si stabilizzerà il prima possibile, ma dipende solo ed esclusivamente da noi e dai nostri comportamenti quotidiani. Allora è necessario fare i tamponi a tutti, anche a chi sta bene e non ha nessun sintomo? Certo che no, sarebbe uno spreco di risorse ed energie. La misura migliore da adottare è stare a casa e in caso di necessità di dover uscire per le opportune necessità è necessario, anzi, a mio avviso direi obbligatorio indossare guanti e mascherina, ma sopratutto cambiare le normali abitudini.

Non pensate che sia una passeggiata, magari come andare al centro commerciale e passando dal bar prendi un grattino, e decidere in base all’esito se prenderne un altro oppure andare via. Con il Covid-19 non è così, non è una passeggiata né al corso né al parco. Appena arrivi all’ospedale capisci subito che le misure sono rigide, restrittive. Non scendi dall’ambulanza fino a quando non è pronta una stanza per l’isolamento. Quando ti dicono che puoi scendere vieni scortato dal personale medico fino alla stanza e se incontri altro personale medico nel corridoio gli fanno cenno di allontanarsi. Chiudono la porta e capisci da subito che non è il solito reparto con gli orari di ingresso e di uscita. Resterai isolato e potrai vedere e parlare all’occorrenza solo con il personale medico, irriconoscibile, coperti con tuta bianca, copri scarpe, mascherina, occhiali ermetici, visiera e copricapo. Quelli che chiamiamo angeli bianchi. Anche se stremati, perché non è facile lavorare in quelle condizioni, sono sempre molto gentili perché sanno che quello che stai combattendo non è solo la possibilità di aver contagiato il virus, ma paura nei confronti di un qualcosa che non conosciamo e non sappiamo come debellarlo.

Ossigeno, pressione, elettrocardiogramma, tampone al naso (fa malissimo), tampone alla gola (rischi il vomito) , tac al torace, prelievo del sangue venoso e prelievo arterioso (fa male, anzi, malissimo). I risultati non saranno pronti prima di domani ed ovviamente passerò la notte in O.B.I (Osservazione Breve Intensiva).

La notte sarà lunga, interminabile, i rumori dei macchinari, i lamenti delle persone, l’unica cosa di familiare è la tosse, la mia.

Da dentro casa tutto ciò non si percepisce e non si può percepire. Quello che stanno vivendo gli operatori sanitari e qualcosa di assolutamente straordinario e va oltre le normali regole del pronto soccorso. Devono garantire che non ci sia contagio né per loro né per gli altri pazienti, perché quando hanno preso in carico una persona non sanno se ha contratto il virus oppure no.

Spesso non hanno tutto l’occorrente. Cos’è una visiera per noi? Un qualcosa di fastidioso da tenere il meno possibile, per loro no, si tratta di sicurezza, e se non sempre è disponibile, perché sono finite, può generare malumore e preoccupazione.

Non tutto ciò che è negativo è buono. Ho visto persone arrivare con esito negativo e dopo due ore morire. Magari avevano altre complicazioni, oppure no, ma in quel contesto fa paura. Tutto ciò non lo vedi, perché sei in isolamento, ma lo senti con le tue orecchie e questo può bastare.

Allora chiediamoci nuovamente, vale la pena uscire per svagarsi un po’? Bisogna cambiare gli atteggiamenti inconsci del quotidiano e farli diventare consci. Una stretta di mano, l’ accendino passato per accendere una sigaretta, il pulsante da schiacciare per prelevare un caffè alla macchinetta, il pulsante del parchimetro, i tasti del bancomat, il resto alla cassa del supermercato o in farmacia, la maniglia del carrello della spesa, etc. etc, la lista è lunga e tutto può essere stato contagiato. Pensiamo a tutti i nostri atteggiamenti nel quotidiano, ma pensiamoli consciamente.

Non è un’esercitazione, è mattanza, è guerra verso un nemico invisibile. Nella migliore delle ipotesi si torna a casa in isolamento domiciliare obbligato, sia se positivi, sia se negativi. Nella peggiore? Non si torna!