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18 Aprile 2021

lucaaltomare.com

Se devi essere un pensiero per qualcuno, fa che sia, tra tutti, uno dei più belli.

PER UN POMODORO ROSSO 🍅

Le risorse naturali di un paese sono proprietà inalienabile del suo popolo, non è nostro diritto rubarle o usarle a favore del nostro benessere, delle nostre multinazionali, del nostro consumismo.

«Dormi?»

«No, ma vorrei tanto sognare e sentirmi bene. Non è questa la vita che sognavo! Ma non sarà così per sempre, lo so, ne sono certo.»

«Certo, lo dice anche il tuo nome che se non sbaglio significa pazienza. Quanti anni hai Ndidi?»

«Ventinove a Maggio, il quindici per l’esattezza e domani dobbiamo festeggiare.»

«Perché domani? Hai detto che il tuo compleanno è tra tre mesi.»

«Sì ma domani, come tre anni fa mi sono laureato in agronomia.»

«Okay, allora domani festeggiamo, ti regalerò un giorno di sole e una distesa di pomodori rossi da raccogliere :-D.»

«Grazie mille Adil, tu sì che sei un amico :-D.»

«Pensa che potrei insegnare tutto a questi figli di puttana, ma a loro non importa la qualità, solo la quantità. Oggi una distesa di pomodori verdi e domani tutto rosso come il colore del nostro sudore, ma noi non abbiamo visto nulla e non sappiamo nulla, noi siamo stupidi e siamo solo raccoglitori di pomodori, per venti, venticinque euro al giorno e se sei bravo il caporale può essere anche generoso con tre pezzi da dieci.»

«Beh, almeno qui non c’è il rischio di perdere una mano come tuo cugino in Africa.»

«Sì è vero, un pomodoro non ha lo stesso valore di un diamante, qui non c’è il rischio di perdere una mano, no una mano no, ma il fegato o prendere un tumore sì, e sinceramente preferirei perdere una mano piuttosto che l’intera vita. In una riunione di grandi capi a livello mondiale dissero:

“Ogni volta che si trova una materia prima di valore gli indigeni muoiono, in gran numero e in grande miseria. È’ stato il caso dell’avorio, della gomma, dell’oro e del petrolio e adesso è la volta dei diamanti”.

Un giorno sarà la volta del cibo, ma non c’è problema, tranquillo, ne parleranno sicuramente al prossimo G8 o G20.»

«G8? Cioè?»

«È una riunione tra le otto principali potenze del pianeta Terra: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada e Russia, si chiudono in una stanza e parlano di argomenti come agricoltura, ambiente, energia, esteri, finanze, lavoro, giustizia, affari interni, scienza, tecnologia e sviluppo.»

«E dopo la riunione cosa succede?»

«Nulla Adil, nulla! Sono solo persone in giacca e cravatta dove la firma del loro vestito ha più valore delle loro parole. Sì, hanno studiato, non dubito della loro capacità intellettiva e culturale ma quello che manca a queste persone è la capacità di confronto con chi le idee per migliorare le ha veramente. Ma noi, ai loro occhi, siamo solo gente arrabbiata e triste, forse la colpa è la nostra, che se ci danno la possibilità di parlare urliamo e non ci facciamo capire, e la gente che urla è fastidiosa. Loro non sanno cosa succede nei campi, nelle industrie. Il fumo che esce da quei camini non è Vicks da respirare! Lo sai che sul cibo che noi raccogliamo buttano sostanze pericolose che non fanno bene nè a noi nè all’ambiente che ci circonda? Prendi per esempio l’etilene, o meglio l’ossido di etilene, è classificato come sostanza con “sufficiente evidenza” di cancerogenicità per l’animale e “limitata” per l’uomo.»

«Limitata?»

«Sì, limitata, cioè che questa sostanza è stata classificata non mortale in tempi brevi per l’uomo. “Sulle cavie, la sperimentazione ha dimostrato che l’ossido di etilene provoca cancro al fegato e problemi riproduttivi come aborti spontanei e mutazione della progenie. Sugli esseri umani non sono disponibili dati certi, ma è probabile che gli effetti siano analoghi. È accertato invece che un’esposizione cronica all’ossido di etilene provochi la cataratta.” La vuoi sapere un’altra cosa? L’ossido di etilene è presente come inquinante nel gas naturale, nel fumo di sigaretta e negli scarichi degli autoveicoli! Fumi Adil?»

«No!»

«Bravo Adil, bravo, sei giovane, ma dimostri di essere un ragazzo molto vispo e che sa il fatto suo. In un futuro, quando saremo lontani da qui e sarai seduto a tavola con la tua famiglia, leggi bene l’etichetta e spera sempre che la carne, la verdura e il cibo che mangerai non provenga dal pianeta Terra.»

Qualche tempo fa ho fatto visita ai campi di lavoro agricolo stagionale della sibaritide. Nei luoghi della ‘bomba sociale’, a Schiavonea di Corigliano Calabro, nei pressi di Cassano Jonio, dove a breve andrà il Papa in memoria del piccolo Cocò, il bambino di 3 anni ammazzato e poi bruciato dalle cosche del posto. Circa 15 mila braccianti agricoli rumeni, bulgari e maghrebini da sempre giungono su questi campi per raccogliere in pieno inverno le clementine. Un esercito vero e proprio di uomini, donne e ragazzi. Tutti sfruttati, malpagati o addirittura mai pagati. Vivono tra ruderi e vecchi garage, occupano case inagibili in zone franose, dormono ammassati su letti a castello tra mille carenze igieniche. E se anche il parlamento ha approvato una legge contro il caporalato, quella piaga che si è abbattuta per decenni sugli sfruttati di qualsiasi colore, ecco subito i bravi italiani che si mettono dietro, operano in penombra, e mandano avanti i nuovi caporali, cioè gli stessi migranti, per lo più cittadini europei. Loro non sanno che rischiano la galera, e si lasciano intestare furgoni, cooperative e attività agricole stagionali. Finiti i mesi di lavoro invernali scompaiono, si spostano in altre zone del sud per raccogliere i frutti della stagione. Dal nero di Calabria, al nero campano! L’irregolarità e l’illegalità viaggiano bene fra i campi del sud.
Ma quello che adesso rischia di succedere in questi campi, è davvero inedito. Dopo oltre 20 anni di assenza dai campi, i “nuovi poveri” del sud vogliono tornarci. Anche loro vogliono giustamente lavorare, tornando a occuparsi di quei lavori di braccianti che per anni avevano rifiutato, dedicandosi ad altro. Ora, con la gravissima recessione economica, la povertà che avanza spinge tanti giovani e disoccupati del posto a cercare anche i lavori più duri e massacranti. Quelli che sono sempre stati rifiutati. Tornano sui campi ma li trovano occupati. Ma non solo. Accusano i braccianti “stranieri” di avere provocato il crollo del costo di quel massacrante lavoro. Ignorando che comunque, con la caduta del prezzo delle clementine sui mercati, mai più i braccianti potranno sperare di ottenere un migliore salario dal lavoro sui campi. Invece, i primi segnali di quanto potrà accadere si sono già visti. Segnali di violenza contro gli “stranieri”, contro gli “occupanti”. Minacce e percosse contro un gruppo di loro. Qualcuno si sta già organizzando. Dalla prossima stagione si faranno trovare pronti: con le buone o con le cattive dovranno tornarsene a casa. Via da campi, via gli stranieri. La Cgil di questo comprensorio è molto preoccupata. A Corigliano, il più grosso centro della sibaritide, il sindacato fa da sempre un bel lavoro di assistenza, tutela, accompagnamento e mediazione. Ha presentato denunce, ha lanciato appelli, ha sensibilizzato le autorità. Ma qui tutto tace, tutti fanno finta di niente. Nessuno vede o sa. Ma ci sono tanti che sfruttano queste situazioni, operano in nero, arruolano i nuovi caporali, fingono indignazione pubblica ma poi si attrezzano ogni anno e partecipano al banchetto. Le vittime sono sempre le stesse, come gli sfruttati, i “maipagati”, i violentati di queste miserie umane. Nel silenzio e nell’indifferenza. Vengono nelle più disperate regioni meridionali, dove la povertà galoppa, e dopo qualche settimana di durissimo lavoro sperano di portare a casa qualche soldo. Non sempre riescono, perché al momento della retribuzione i “padroni” si nascondono! Svaniscono nel nulla. Ma loro insistono e ogni anno tornano qui. Ma qualcosa è drammaticamente cambiato: quei quattro soldi servono a chi da queste parti non trova più alcuna forma di lavoro. E ha individuato nei braccianti stranieri i nuovi nemici. I nuovi poveri contro i nuovi schiavi. Tutti lo sanno ma nessuno fa niente.

Una guerra tra poveri, che se la sbrighino tra di loro.

Luca Altomare & Franco Laratta